Quando le produzioni cambiano nell’album

Capita spesso, soprattutto nell’Hip Hop italiano, che un brano venga scritto su una base che non può essere commercializzata. Da “Tempo Critico” delle Sacre Scuole, che campionava “Africa” di Toto, a “OC (California)” di Tedua, con il nostalgico campione di “California” dei Phantom Planet, sono stati tantissimi i casi di brani scritti sopra delle produzioni sulle quali non si avevano i diritti di vendita.

E se nel caso di “Tempo Critico”, il brano rimarrà per sempre soltanto una perla da YouTube, “OC (California)” è stato invece ripubblicato successivamente con un nuovo beat, in modo da poter essere inserito in un album ufficiale. Ed è proprio di casi come quello di “OC (California)” che parleremo.

Potrebbe sembrare una scelta recente, dettata soltanto dalla necessità di pubblicazione nelle piattaforme streaming, ma in realtà la sostituzione dei beat è una pratica molto radicata nella scena italiana, con dei casi molto diversi tra loro.

Basti pensare a “Mi Fist”: la prima versione uscì nel 2003, diventando inaspettatamente un culto. Ed è giusto enfatizzare inaspettatamente, perché l’album d’esordio dei Club Dogo venne pubblicato dall’etichetta indipendente MiResidenza Entertainment, che conta proprio lo stesso progetto come prima e unica pubblicazione.

Un album con un tale potenziale meritava una distribuzione importante, e quindi, nel 2004, Vibra Records ne pubblicò una riedizione (con anche una nuova copertina). Nulla di stravolgente per l’album in sé. Anzi, questa nuova pubblicazione permise all’album di arrivare a più persone. La differenza sostanziale, però, fu che i beat delle tracce “Sangue e Filigrana”, “Vida Loca” e “La stanza dei fantasmi” vennero sostituiti. Nella nuova edizione troviamo infatti gli stessi brani con la dicitura “Remix 2k4”.

Probabilmente fu la scelta migliore, considerando anche il fatto che le versioni del 2004 sono quelle rimaste più impresse nella testa di chi ha scoperto i Club Dogo dopo l’uscita della prima versione, rimanendo ancora oggi quelle presenti nelle piattaforme di streaming.

E così, anche Marracash, che nel 2005 fece uscire “Chiedi alla polvere” – uno dei suoi brani più iconici, contenuto nel mixtape “Roccia Music Vol.1” – non volle privarsene per la pubblicazione del suo primo album ufficiale, realizzando una nuova versione chiamata “Chiedi alla polvere 2008” nella quale, sostanzialmente, venne soltanto sostituito il beat.

Ci fu, poi, un periodo nel quale i rapper italiani iniziarono a non farsi più troppi problemi sui diritti di vendita. Non solo nel campionare senza ottenere diritti, ma addirittura nell’utilizzare beat interamente presi da altri brani. Si tratta del periodo dei mixtape, che ebbe il suo apice tra 2009 e 2014, anche se, ovviamente, già da parecchio tempo esistevano mixtape e brani su beat americani, basti pensare a “Deadly Combination” rappata sul beat di “Live Foul” dei Mobb Deep. Eppure in quel periodo, il mixtape divenne un passo fondamentale per la carriera di un rapper italiano emergente. Senza avere un mixtape alle spalle, i rapper italiani non sarebbero mai potuti arrivare a pubblicare degli album ufficiali con etichette importanti.

La grande peculiarità di questo periodo fu che i rapper – non avendo il fine di pubblicare quegli stessi mixtape come cd fisici distribuiti da etichette o in streaming nelle piattaforme ufficiali – avevano carta bianca per scaricare beat, raccoglierli e rapparci sopra, per poi pubblicarli su YouTube e in free-download nei loro siti.

Probabilmente, in quel periodo non ci si immaginava che le piattaforme di streaming avrebbero preso così tanto il sopravvento e, per questo motivo, la maggior parte di quei mixtape non sono mai stati ripubblicati interamente su Spotify, Apple Music ecc., e neanche riprodotti usando nuovi beat.

Ma qualcosa cambiò proprio con l’esplosione delle piattaforme streaming, che concise con la fine dell’era dei mixtape. “Orange County Mixtape” è l’esempio più lampante di mixtape uscito a cavallo tra le due ere, ed è per questo che si può considerare un vero e proprio caso unico. Perché se l’anima dietro al progetto era quella di un mixtape (beat americani e sample senza diritti), è anche vero che conteneva dei brani prodotti da Chris Nolan e Charlie Charles che sarebbero stati sprecati senza una pubblicazione ufficiale. Ed ecco spiegato il motivo dietro alla riedizione di OC, sotto il nome di “Orange County California”, che racchiuse tutti i brani i cui beat erano stati prodotti dal team di Tedua, più dei nuovi brani pubblicati appositamente per quella versione.

L’unica eccezione fu il brano citato a inizio articolo: a “OC (California)” venne sostituito il beat, sia nel cd fisico che su Spotify ecc.

Qualcuno si chiederà come mai non citare anche i mixtape di Izi, che contenevano brani come “Chic”, “Dammi un motivo” e “Na Na Na”, che sono stati ripresi nei suoi album ufficiali. Ma la differenza è che in quel caso si trattava di veri e propri remake, e non solo di beat sostituiti, così come nel caso di “Pensa se piove RMX” dello stesso Tedua.

Negli anni, casi come quello di “OC (California)” si sono nuovamente verificati. Un altro esempio fu l’uscita di “Scialla Semper Emodrill Repack”, nel 2019. Questa versione dell’album di Massimo Pericolo aggiunse all’originale dei vecchi brani – diventati iconici su YouTube ma non pubblicabili per mancanza di diritti sulle produzioni – con dei nuovi beat auto-prodotti: “Miss”, “Totoro” e “Polo Nord”. Lo stesso accadde nel 2020 con la raccolta di Claver Gold, chiamata “La maggior parte”, che contiene dei suoi brani storici, fino ad allora usciti solo nei mixtape, come “Anima Nera” e “La Cicala”, ripubblicati con dei nuovi beat.

E qui arriviamo al discorso clou: l’iconicità. Ha ancora senso ripubblicare dei brani già conosciuti, sopra dei nuovi beat, privando l’affetto dei fan verso la loro versione originale?

Le case discografiche, negli ultimi anni, sembrano aver risposto di no. La scelta più recente, infatti, sembra essere quella di pubblicare direttamente i brani nelle loro versioni che si possono distribuire, probabilmente anche per non disperdere le visualizzazioni, che si dividerebbero tra YouTube e le piattaforme streaming.

Eppure, nonostante “l’epoca della sostituzione del beat” sembrasse ormai finita, due casi recenti continuano a portarla avanti: Ernia con “Il mio nome” nel 2022 e Tedua con “Scala di Milano” nel 2023.

I due album sono stati infatti pubblicati nelle piattaforme streaming con brani che contenevano campioni – nel caso di Ernia, “Say my name” delle Destiny’s Child; nel caso di Tedua, “I will always love you” di Whitney Houston – che sono stati però rimossi poco dopo l’uscita. Una dinamica abbastanza inusuale.

Vedremo se succederà ancora, ma probabilmente si cercherà di evitare. Oltre che per i diritti in sé (che ovviamente causano problemi legali spiacevoli), perché queste dinamiche sono sfavorevoli sia per gli artisti che per i fan. I primi vedono cambiarsi i loro brani dalla forma originale dopo il rilascio; i secondi, ovviamente, si affezionano ai primi beat già dal giorno dell’uscita e si devono improvvisamente abituare a delle nuove versioni senza la possibilità di recuperare (se non su piattaforme come SoundCloud) quelle originali.

Insomma, ultimamente sembra che la scelta sia virata su una diretta pubblicazione ufficiale. Anche i “nuovi mixtape” pubblicati dagli artisti italiani – “Fastlife 4”, “Keta Music 3”, “Quello che vi consiglio 9” ecc. –, condividono la scelta di essere realizzati direttamente su dei beat auto-prodotti, al contrario dei loro prequel.

Ma chissà che con la futura creazione di una nuova piattaforma, simile a YouTube e SoundCloud, non si torni a pubblicare musica su dei beat editi (americani e non) per poi successivamente realizzarne dei remake ufficiali.