Come Lester Nowhere è arrivato a lavorare con Kanye West

Quando lo raggiungiamo, il produttore italiano del momento – ovvero Lester Nowhere, colui che è arrivato dove molti colleghi americani sognano e basta: a lavorare con Kanye West e a firmare King, una traccia di Vultures, il suo album collaborativo con Ty Dolla $ign – è a Los Angeles già da un po’. E non può svelarci nello specifico a cosa sta lavorando. «Sono venuto qui per partecipare al listening party di Vultures dell’8 febbraio scorso a Chicago, a cui poi sono seguiti quelli di L.A. e Las Vegas» racconta però. «La cosa buffa è che io sono rimasto qua, mentre Kanye al momento è in Italia: ci siamo scambiati di posto!». In effetti, come abbiamo appreso in questi giorni, Ye sarà a Milano e Bologna per due esclusivi (sia in termini di posti disponibili che di prezzi) listening party; una sorta di ringraziamento al nostro Paese, che lo ha accolto durante i lunghi mesi estivi e dove ha concepito buona parte dell’album. E dove, tra le altre cose, ha anche conosciuto Lester, la cui storia sembra uno di quei film americani in cui l’underdog di turno trionfa su tutte le avversità. Ed è proprio per questo che la vuole raccontare il più possibile, ci spiega Lester. «Spero però soprattutto di ispirare altri, proprio come Kanye West ha ispirato me: vorrei trasmettere l’idea che se sei disposto a buttarti e a dare il tutto per tutto, credendoci, un giorno un’occasione d’oro arriverà» dice. «Come è successo a me, può capitare a chiunque. L’importante è lavorare e avere pazienza, ed essere pronti come degli avvoltoi (cit. Vultures) a lanciarsi sulle opportunità quando arrivano».

Lester, oggi ventiseienne, nasce a Siena e cresce a Prato. Inizia ad appassionarsi alla musica da piccolo, grazie a un padre che gli fa ascoltare tutti i grandi del rock, dai Nirvana ai Ramones. «Un giorno fece l’errore di scaricarmi la discografia dei Black Eyed Peas, che tutti a scuola adoravano e io odiavo. Voleva invitarmi ad ascoltarli bene, prima di decidere se davvero mi facevano schifo» ricorda. «Per farla breve, alla fine grazie ai loro album mi appassionai follemente all’hip hop». A 13 anni scarica FL Studio e comincia a fare delle sue versioni di beat famosi, e dopo il liceo decide di concentrarsi solo sulla musica, con la produzione di beat tape e una scuola da fonico a Roma. L’ossessione per la musica di Kanye West però arriva molto prima, già nel 2012, quando ascolta per la prima volta Graduation. «Mi fomentai un sacco: era completamente diverso da tutto ciò che avevo sentito fino ad allora, testi e strumentali erano una cosa unica nel suo genere. Dopo aver ascoltato anche tutti gli altri suoi album, non ebbi più dubbi: era e sarebbe sempre stato il mio artista preferito». 

Un gigante dell’hip hop come lui non può che sembrare lontano anni luce a un ragazzo come Lester, che nel frattempo è tornato a vivere in quella stessa provincia dove è cresciuto. E invece. «A fine luglio 2023 un mio amico mi chiama e mi dice che Kanye West è a Prato. In quel momento ero ancora a letto: mi alzo di scatto, mi vesto, mi precipito in strada, salto in macchina e vado a cercarlo, senza neanche sapere dove» ride. Non ha alcun secondo fine, se non stringere la mano al suo idolo e ringraziarlo per tutto ciò che la sua musica ha significato per lui. Nei giorni successivi raccoglie informazioni e si mette sulle sue tracce, invitando chiunque a dargli qualsiasi indizio, anche in cambio di denaro se necessario. Alla fine gli arriva una soffiata su un magazzino di tessuti dove si troverebbe per recuperare la materia prima per la sua ultima collezione targata Yeezy. «Mi apposto là fuori per un paio di giorni e noto che in effetti c’è movimento, un gran viavai di modelli e van neri, ma non voglio sembrare inopportuno: me ne resto in disparte». La sua ragazza, però, capta un indirizzo di Firenze. «Il giorno dopo ci vado, sfruttando il fatto che mia madre ha casa lì. A casa sua c’è un vecchio computer con un masterizzatore, così mi viene un’illuminazione: perché non preparargli un CD con alcune mie produzioni, da dargli in caso io riesca a incontrarlo davvero?». 

Detto, fatto: la mattina dopo raggiunge l’indirizzo di Firenze a cui gli avevano segnalato la sua presenza, ma è un buco nell’acqua. «A quel punto decido di tornare a Prato, ma i treni sono tutti in ritardo. Così prendo un car sharing, e anziché andare a casa torno davanti al primo magazzino del tessile che mi avevano indicato. Dopo pochi minuti esce un van nero». Lester lo segue in modalità detective in pedinamento, scoprendo così che è diretto al Museo D’Arte Contemporanea di Prato. «Il van parcheggia, e scende Kanye in persona: era lì con altre persone e fotografava il palazzo, che effettivamente ha un’architettura molto particolare. Resto lì a guardarlo immobile con la bocca aperta, e a un certo punto si accorgono di me: sventolo in aria il mio CD a distanza, e Kanye decide di mandarmi il suo assistente. “Purtroppo non posso farti avvicinare, ma mi ha detto di venire a prendere il CD e un tuo recapito telefonico”, mi dice. Per me quello era già un trionfo, tipo Rocky che vince all’ultimo round». Tre giorni dopo, è alle terme con sua madre per il suo compleanno: «Dovevamo lasciare i cellulari negli armadietti: quando li riprendo, trovo due chiamate perse da un numero estero. C’era anche un messaggio: “Ye wants you in the studio”, e l’indirizzo dove andare, che era lo stesso del famoso magazzino tessile. Mi rivesto alla velocità della luce e volo lì. Euforia pura».

Dopo le presentazioni finalmente Kanye ascolta il CD, si convince di voler lavorare con lui e lo convoca a Firenze, dove c’è anche Stef Moro, il suo recording engineer. «Ci ho parlato in inglese per tipo un’ora prima di scoprire che è italianissimo!» ride Lester. In effetti Stef è il diminutivo di Stefano, ed è il socio di Irko, un altro ingegnere del suono veneto trapiantato a Los Angeles, che già aveva mixato Donda. Insomma, un team internazionale dove però gli italiani giocano un ruolo di primo piano. «Abbiamo lavorato insieme per cinque mesi, ed è stato fantastico. La mente di Ye fa dei collegamenti musicali pazzeschi, inaspettati: non ha filtri o generi. Un giorno ricordo che stavamo lavorando a delle batterie per un pezzo hip hop, e mi ha chiesto di rifarle ispirandomi ai Black Sabbath» ricorda. Ma non si ispira solo alla musica: campiona qualunque cosa, anche suoni trovati su Instagram per caso, o i famosi cori della Curva Nord sentiti a San Siro. «Il suo processo creativo è lunghissimo, perché c’è molta gente coinvolta e le idee cambiano spesso. Per le produzioni si parte da un loop o da un sample: il beat completo può prendere un sacco di forme, ed essere rifatto un sacco di volte». Oltretutto non si accontenta mai, e non dà mai niente per finito. «Anche ora che l’album è fuori non avrà problemi a tornarci sopra e a fare delle modifiche in corsa, se riterrà di avere avuto idee migliori rispetto a quelle presenti nel disco» assicura. «È veramente raro che un pezzo venga pubblicato nella stessa forma in cui è nato, da quello che ho visto. Con Kanye bisogna essere pronti a lavorare moltissimo, e a lavorare in gruppo, soprattutto. Lui coordina e fa un collage di ciò che gli piace di più».

La traccia che Lester ha prodotto, King, è nata da un freestyle su un loop che aveva composto. «Un loop che tra l’altro non mi entusiasmava neanche tanto» sottolinea. Non si aspettava che finisse davvero nell’album: «È rimasta per molto tempo una delle canzoni in forse. Ho scoperto che era tornata a far parte della tracklist il giorno del listening party, insieme a tutti gli altri spettatori: eravamo a Chicago, e l’ultima traccia che aveva messo in play era stata proprio quella. Una botta di emozione pazzesca!». Oltre a lui ci ha lavorato anche Wheezy (che ha aggiunto basso e batterie) e Jpeg Mafia («Un altro mio idolo assoluto!», che ha aggiunti dei campioni). «Anche se all’inizio il loop non mi convinceva, ora è uno dei pezzi che preferisco nell’album. Anche per il testo, che va contro a tutti coloro che lo criticano: è come se dichiarasse al mondo “Dite quello che volete, ma ho fatto la storia”». Per Lester è difficile giudicare quest’album, perché negli ultimi mesi ha ascoltato le tracce di Vultures continuamente e in mille versioni diverse. «E poi va considerato come un progetto del solo Kanye, perché bisogna sempre ricordare che è un lavoro collaborativo con Ty Dolla $ign, che in questo contesto brilla tantissimo. Lo trovo un album più leggero e meno impegnativo rispetto a tanti altri suoi lavori precedenti».

Si dice che non dovremmo mai conoscere i nostri idoli, perché probabilmente ne rimarremmo delusi. Non è così per Lester Nowhere con Kanye West: «Dopo averci lavorato io lo stimo ancora un sacco. Nonostante tutto il gossip che gli gira attorno, e nonostante ovviamente non condivida tutto ciò che ha detto e ha fatto negli ultimi anni, mi ha fatto sentire proprio come quel bambino di 13 anni che ascoltava Graduation. Avere a che fare con lui è stato come un training camp». Lo Yeezy Training Camp, il più esclusivo di tutti.